Sin dall’antichità chi viaggiava per mare sognava di trovare il famoso “passaggio a Nord Ovest” – noto anche come “passaggio maledetto” —, una rotta che, costeggiando l’America del Nord, consentirebbe di collegare gli oceani Atlantico e Pacifico attraverso il Mar Glaciale Artico. Riuscire a scoprire questo passaggio era una missione estremamente rischiosa. Il primo passo verso il successo era quello di attraversare lo stretto di Lancaster in estate, quando le condizioni atmosferiche erano ancora favorevoli. Chi avesse agito diversamente avrebbe rischiato di restare bloccato nel ghiaccio fino al l’estate successiva, come successe alle navi Terror ed Erebus, incagliatesi nel 1845 e rinvenute nel 2016. E molto probabilmente fu ciò che accadde, quasi un secolo prima, a un’altra nave: l’Octavius.

La storia dell’Octavius ​​ebbe inizio il 10 settembre 1761, quando la nave salpò da Londra sotto il comando del capitano Hendrick van der Heul per dirigersi in Cina, dove giunse dopo alcuni mesi di navigazione. Una volta riempita la stiva di merci da riportare in patria, l’Octavius salpò alla volta della Gran Bretagna. Ma, misteriosamente, la nave non raggiunse mai le coste inglesi: si perse in alto mare nel 1762.

È difficile per gli storici determinare se la storia dell’Octavius ​​sia una leggenda o meno, sebbene, vera o no, questa vicenda enfatizza lo spirito avventuroso dell’uomo, il desiderio di scoprire nuove rotte marittime e di sfidare le forze della natura. Ai tempi in cui si svolse la sua storia, nel XVIII secolo, le compagnie di navigazione facevano a gara per trovare la rotta più breve tra l’Atlantico e il Pacifico, in modo da riuscire a migliorare le rotte commerciali tra il Vecchio Continente e la misteriosa Asia.

Era l’11 ottobre 1775. L’equipaggio del baleniere groenlandese Herald stava pescando nelle acque dell’Atlantico del nord quando, all’improvviso, e in mezzo a un silenzio mortale, si udì la voce della vedetta gridare: “Nave al fronte e ad ovest!” . Davanti alla baleniera, infatti, e a una decina di chilometri di distanza, si potevano vedere gli alberi di una nave sporgere sopra un iceberg. Quando la baleniera si avvicinò, gli uomini si resero conto che la nave nascosta dietro l’iceberg era una goletta a tre alberi, una visione decisamente insolita in quelle acque. Scrutando l’imbarcazione con il cannocchiale, il capitano Alex Warren si rese conto che le vele della nave erano logore, lo scafo gravemente danneggiato e in coperta non c’erano segni di vita. Ammantato da uno spesso strato di ghiaccio, l’Octavius ​​brillava al sole come se fosse fatto di vetro. L’Herald si avvicinò mentre l’equipaggio chiamava a gran voce i marinai della goletta, senza ottenere in risposta nient’altro che silenzio. I capelli degli uomini della baleniera si rizzarono per il terrore; quello era decisamente un cattivo presagio. Il capitano Warren ordinò al suo equipaggio di gettare in acqua una scialuppa: voleva andare a dare un’occhiata a bordo della goletta e chiese di essere accompagnato da otto volontari. Il suo equipaggio era composto da marinai esperti, ma erano anche uomini superstiziosi. Nessuno di loro rispose alla richiesta del capitano, che dovette scegliere da solo i suoi accompagnatori. Mentre la scialuppa si avvicinava alla goletta, l’equipaggio poté scoprire come si chiamava la misteriosa imbarcazione: Octavius, un nome che non avevano mai sentito. Quando salirono a bordo furono accolti solo dal crepitio del legno, dal sibilo del vento, dal movimento delle vele sfilacciate e gelide e dal timone che strideva muovendosi da una parte all’altra. Non c’era nessuno sul ponte, la nave sembrava abbandonata. Allora, trattenendo il fiato, decisero di scendere sottocoperta.

Facendosi strada sul il ponte rivestito di ghiaccio, gli uomini si diressero verso le cabine dove fecero una cupa scoperta. Nelle loro cuccette, e coperti da strati di coperte, c’erano ventotto marinai congelati. Il freddo li aveva mantenuti in un perfetto stato di conservazione, come se la morte li avesse colti mentre dormivano. Quando entrarono nella cabina del capitano, lo trovarono seduto su una sedia davanti alla sua scrivania – morto – con una penna in mano come se stesse scrivendo le sue ultime annotazioni sul diario di bordo. Nella stessa cabina c’erano altri tre corpi: una donna sdraiata su una barella, la testa appoggiata sul suo braccio e gli occhi spalancati; un bambino piccolo che abbracciava una bambola di pezza e un uomo con in mano una pietra focaia e una barra di metallo, congelato nel vano tentativo di accendere un fuoco salvatore.

I marinai della baleniera ne avevano decisamente abbastanza ed esortarono il capitano ad abbandonare l’Octavius il prima possibile. Quest’ultimo però non voleva lasciare la goletta senza una spiegazione di quanto era avvenuto e decise di scendere nella stiva,dove scoprì che non c’era un grammo di cibo. Sorpreso, fece ritorno nella cabina del capitano e ordinò ai suoi uomini di prendere il diario di bordo. Ormai sulla scialuppa, di ritorno verso l’Herald, Warren fissò il relitto dell’Octavius farsi sempre più piccolo contro l’orizzonte.

Una volta al sicuro sulla baleniera, il capitano Warren si rese conto che mancavano tutte le pagine del diario di bordo, eccetto la prima e l’ultima. Perché? Dov’era il resto? Sono state formulate due teorie al riguardo: che il marinaio che trasportò il libro ne lasciò cadere le pagine in mare, o che piuttosto i fogli siano rimasti attaccati al tavolo della cabina a causa del ghiaccio. Ad ogni modo, ciò che raccontava la prima pagina sorprese il capitano della baleniera: l’Octavius ​​aveva lasciato l’Inghilterra alla volta della Cina il 10 settembre 1761. Erano passati quattordici anni. L’ultima pagina del taccuino era datata 11 novembre 1762 e recitava: “Finora siamo rimasti intrappolati nel ghiaccio per 17 giorni. La nostra posizione approssimativa è 160 gradi longitudine Ovest, 75 gradi latitudine Nord. Il fuoco si è spento ieri e il maestro ha cercato di riaccenderlo, ma senza molto successo. Ha dato la pietra a uno dei marinai. Suo figlio è morto questa mattina e sua moglie dice che non sente più il freddo. Il resto di noi non può dire lo stesso”.

Warren era sbalordito. 160 gradi longitudine Ovest, 75 gradi latitudine Nord. Ciò significava che l’Octavius ​​era rimasto intrappolato nel ghiaccio nel Mar Glaciale Artico, a nord di Point Barrow, in Alaska, a centinaia di miglia dalla posizione dove lui e i suoi uomini lo avevano ritrovato.L’imbarcazione doveva aver attraversato il leggendario passaggio a Nord Ovest dopo la morte dell’equipaggio. A quanto pare il capitano dell’Octavius ​​aveva deciso di avventurarsi alla ricerca del passaggio piuttosto che seguire la classica rotta che circumnavigava il Sud America. Sfortunatamente, e come molti altri prima di lui, l’unica cosa che trovò fu la morte. Eppure la goletta ​​aveva apparentemente seguito la rotta tracciata dal suo capitano ormai defunto: per tutto il tempo in cui navigò alla deriva, si spostò lentamente verso est, contro la furia degli elementi, fino a raggiungere l’Atlantico del nord.

Fu solo nel 1906, centotrentasei anni dopo il ritrovamento della goletta fantasma, che un’altra nave, la Gjoa, comandata dall’esploratore norvegese Roald Amundsen, sarebbe riuscita ad attraversare il mitico passaggio a Nord Ovest. Per quanto riguarda l’Octavius, fino ad oggi nessuno è stato in grado di provare l’autenticità della sua storia, o se si tratti piuttosto di una leggenda, l’ennesima sulle navi fantasma, raccontata a mezza voce dai marinai per ravvivare le infinite notti di guardia. (Grazie al National Geographic)

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