Skylab è la denominazione della prima e fino ad ora unica stazione spaziale degli Stati Uniti d’America nonché delle missioni spaziali eseguite nel corso di questo progetto. Il laboratorio spaziale Skylab era composto principalmente dal secondo stadio di un razzo vettore del tipo Saturn IB (identico al terzo stadio di un razzo Saturn V), che venne attrezzato prima della partenza con provviste ed equipaggiamento. Per il lancio si rendeva pertanto necessario impegnare solo due stadi di un Saturn V. Il lancio del veicolo spaziale fu l’unico del razzo Saturn V così assemblato. Il Saturn V in precedenza era stato utilizzato esclusivamente per il lancio delle capsule spaziali dell’Apollo.

Oltre che dal modulo principale, di forma cilindrica, lo Skylab era composto da un apposito modulo per l’aggancio dotato di chiusa d’aria ed un osservatorio solare (l’Apollo Telescope Mount, ATM). La fornitura di energia veniva garantita da quattro pannelli solari montati presso l’ATM nonché due pannelli ulteriori montati presso il modulo principale. La massa del veicolo spaziale era di oltre 90 tonnellate, notevolmente maggiore della stazione spaziale sovietica Saljut 1 lanciata ad aprile del 1971. Il lancio della prima stazione spaziale americana venne programmato per il 14 maggio 1973 dalla rampa di lancio numero 39-A di Cape Canaveral. Per il giorno successivo era programmato il lancio, dalla rampa numero 39-B, del primo equipaggio della stazione, a bordo della capsula Apollo montata su di un razzo vettore del tipo Saturn IB. Tre equipaggi avrebbero partecipato alle missioni denominate ufficialmente Skylab 2, Skylab 3 e Skylab 4.

Dopo che la stazione spaziale era stata abitata da tre equipaggi per 28, 59 e 84 giorni, l’8 febbraio 1974 venne portata dalla capsula spaziale dell’Apollo della missione Skylab 4 su di un’orbita più alta. I calcoli dei tecnici della NASA prevedevano che mediante questa manovra sarebbe stata garantita una sopravvivenza dello Skylab per ulteriori nove anni. Il rientro nell’atmosfera terrestre venne così stimato per marzo del 1983. I programmi prevedevano che attorno al 1979 uno Space Shuttle avrebbe agganciato un apposito modulo propulsore alla stazione per riportare nuovamente lo Skylab in un’orbita più alta.

La maggior parte dei sistemi di bordo vennero spenti e lo Skylab continuò ad orbitare intorno alla Terra per più anni senza essere particolarmente osservato. A marzo del 1978 venne ripreso il contatto con lo Skylab. Venne constatato che la stazione ruotava su sé stessa con un periodo di sei minuti e che i sistemi radio funzionavano correttamente solo quando i pannelli solari erano rivolti verso il sole. I tecnici impegnarono circa una settimana per ricaricare gli accumulatori di energia. Il computer di bordo invece continuava a funzionare in una maniera più che soddisfacente. I tecnici notarono che l’orbita dello Skylab decadeva molto più velocemente di quanto calcolato. Pertanto lo Space Shuttle non sarebbe stato pronto all’uso in tempo utile per riportare la stazione spaziale su di un’orbita più alta come previsto. Venne ipotizzato il lancio di un satellite per ripristinare l’orbita, ma il progetto non fu eseguito. Inoltre lo Skylab oltre ai danni subiti alla partenza necessitava di numerose riparazioni, fra cui un nuovo giroscopio oltre a rifornimenti di carburante e equipaggiamenti. Così, il 19 dicembre 1978, la NASA dovette dare l’annuncio ufficiale che lo Skylab non poteva più essere salvato. Contemporaneamente venne assicurato di minimizzare il rischio dovuto alla precipitazione dello stesso. Per questo motivo, la NASA eseguì una stretta collaborazione con l’istituzione di controllo, il North American Aerospace Defense Command (NORAD). La NASA ed il NORAD usarono metodi di calcolo differenti per individuare il luogo e la data di rientro della stazione spaziale. Vennero presentati al pubblico ufficialmente solo i risultati del NORAD.

La NASA programmò di influire sul rientro in atmosfera mediante il posizionamento della stazione spaziale stessa. Grazie all’attrito atmosferico infatti si pensava di poter accelerare o di frenare il rientro. Mediante azionamento a distanza in un preciso momento si pensava inoltre di portare lo Skylab in un’autorotazione. Conoscendo esattamente l’aerodinamica esistente si calcolava di poter portare la stazione spaziale fuori da un eventuale zona di pericolo per gli abitanti.

Lo Skylab precipitò l’11 luglio 1979. Durante l’ultima orbita intorno alla Terra vennero sorvolate per la maggior parte le masse d’acqua oceaniche. La NASA diede l’apposito comando per spostare la zona di pericolo lontano dall’America del Nord, dall’Oceano Atlantico e dall’Oceano Indiano. La stazione però si spezzò in più parti molto più tardi di quanto calcolato, tanto che la zona di precipitazione si trovò molto più ad est di quanto individuato. Si trattò infatti della zona a sudest di Perth nell’Australia Occidentale, ma fortunatamente non ci furono danni a persone o cose.

Vennero costruiti un totale di tre laboratori spaziali del tipo Skylab in grado di volare. Il primo fu quello effettivamente utilizzato, il secondo – un laboratorio di riserva – attualmente è esposto presso il National Air and Space Museum di Washington mentre il terzo rimase presso il Lyndon B. Johnson Space Center di Houston in Texas.

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